Storia della Resistenza in Italia di Santo Peli
Il paradosso italiano è costituito dal fatto che l’evento fondativo della nostra Repubblica e della democrazia sia anche l’unico vero elemento di discontinuità tra una prima e un dopo. Nonostante ciò, la Resistenza partigiana non è ancora conosciuta e riconosciuta come principale artefice della conquista della nostra democrazia e sia ancora oggetto di un vergognoso revisionismo ideologico che cerca di minimizzare la sua portata storica.
Ma è proprio questo che rende ancora più evidente come quell’esigua minoranza di donne e di uomini, che ha anche perso la vita in quella lotta, abbia avuto importanza nella storia dell’Unità d’Italia combattendo sia l’invasore nazista sia il suo servo fascista.
L’Italia dopo la guerra partigiana non è più l’Italia del ventennio fascista, non solo perché ha conquistato la democrazia ed è diventata una Repubblica, ma soprattutto perché quelle donne e quegli uomini, male armati e ancor peggio equipaggiati che hanno saputo resistere ai terribili inverni del 1943 e 1944 e anche ai rastrellamenti nazifascisti, hanno vinto ogni tentativo di isolamento e sono riusciti a trasformare la ribellione di una minoranza in una lotta di popolo, tutto nel nome di un ideale che ha saputo unire la grande maggioranza degli italiani che intendeva affrancarsi dalla dittatura fascista e costruirsi un futuro diverso, di democrazia e di pace.
Santo Peli ci offre una lettura storica di questo periodo che spesso si accompagna con una narrazione appassionata e appassionante di questo periodo. Talora, in questo sforzo di fornire al lettore una visione che possa essere realmente unificante, l’autore finisce per minimizzare il ruolo avuto dalle formazioni partigiane garibaldine e dai comunisti che in esse militarono e furono splendidi organizzatori. Ma si tratta di un elemento accettabile perché controbilanciato dallo sforzo di rivalutare in una chiave diversa la Resistenza, anche quella spesso dimenticata dei seicentomila soldati internati nei lager nazisti per essersi rifiutati di aderire alla repubblica di Salò, o di quelli che hanno sacrificato la loro vita nelle isole dell’Egeo e a Cefalonia in particolare, o di quelli che hanno finito per collaborare con i partigiani nelle aree balcaniche.
Alcuni capitoli mi hanno convinto ancora più profondamente dell’enorme valore diseducativo di un libro come quello scritto da Manzoni nel quale l’italiano per antonomasia, Don Abbondio, finisce per rifiutare di sposare Renzo e Lucia, venendo meno al suo dovere, per la minaccia esplicita dei bravi di Don Abbondio. Così, Santo Peli, ci narra la paura che in tanti hanno avuto di aiutare i partigiani durante i rastrellamenti nei duri inverni del ’43 e del ’44, in particolare nei villaggi di montagna. Fortunatamente questa brutta pagina è stata riscattata da tante altre nelle quali contadini e cittadini hanno solidarizzato così profondamente con la resistenza anche a costo di perdere la vita.
Molto interessante è altresì la lettura laica del ruolo della Chiesa che si è adoperata in ogni modo per dare una diversa fine alla guerra, spaventata dalla possibilità che potesse poi affermarsi il comunismo, e comunque determinando l’unico e ingiustificato elemento di continuità giuridica, oltre che storica, di questo periodo: il concordato.
La lettura dell’opera di Sandro Peli è soprattutto quella di un’Italia che ha visto la ribellione delle sue donne e dei suoi uomini migliori vincere, dando così un esempio che è possibile creare una discontinuità storica anche in questo nostro povero Paese e di trasmettere con la propria rivolta un patrimonio pedagogico di capacità critica e di opposizione a qualsiasi omologazione.