Rosa Furia, di Patrizia Zappa Mulas

Pubblicato il da Libero pensatore

rosafuriaIl libro, per il suo incipit, mi ha subito riportato alla memoria un libro della mia infanzia: I ragazzi della via Paal. Non so dire il perché di questo parallelismo, anche per il motivo che, come tanti altri, non ho più quel libro e non ho potuto quindi rileggerlo. Eppure vi ho sentito la stessa atmosfera di eccitata voglia di esplorare un territorio che non è solo fisico, ma costituisce l’essenza stessa della vita.

Rosa Furia, infatti, si apre con la descrizione di un paesaggio urbano che sta nascendo: via Roald Amudsen. La scelta stessa del nome della strada, quello cioè di un famoso esploratore dei ghiacci, evoca la scoperta come paradigma di vita. Un altro elemento importante è il cantiere. Non è soltanto un’organizzazione edile, è la condizione stessa dell’infanzia che, insieme all’adolescenza, è il momento nel quale si organizza la costruzione del proprio futuro.

Come si vede la strada è quella di una periferia in trasformazione e, anche questa, è un’allegoria che ci consente di entrare meglio nel profondo della storia. In questo spazio apparentemente ristretto, vivono e giocano dei bambini. Tra di essi c’è Vita, la narratrice della storia. Vita è una ragazzina intrepida, quella che noi oggi definiremmo un maschiaccio. Non si sottrae ai giochi dei maschi e alle loro prove di coraggio, come quella di entrare nella buia cantina del palazzo al numero civico 8.

Il leader di questo gruppetto di bambini è Baffos, un bambino che si è subito distinto dagli altri, fin dal momento in cui, appena trasferito, si presenta agli amichetti intenti, ognuno per proprio conto, a costruire improbabili dighe attorno ad una pozzanghera.

Sullo sfondo di questo racconto c’è Alberta, una bambina di sette anni che porta sempre con sé un bambino più piccolo a cui fa da mamma. Alberta è al tempo stesso parte del gruppo ed estranea ad esso. Sempre presente, ma senza mai giocare con gli altri bambini. Anche Vita avrà modo di sperimentare questa situazione che la vedrà diventare grande amica di Alberta all’asilo e estranea nella strada.

Il tempo passa, la strada si trasforma come si trasformano i ragazzi che, crescendo, incominciano a scoprire il proprio corpo. Sarà Alberta, ad esempio, a far vedere e sentire a Vita come si baciano un uomo e una donna.

Piano piano, il racconto cambia il protagonista, che non è più la strada, non è più il gruppo, ma la solitudine della scoperta della vita. In questa fase Alberta diventa il mezzo con il quale appare più evidente l’apprendistato di ognuno nella scoperta del sesso. È Alberta che si svilupperà per prima assumendo un corpo sinuoso e prosperoso. È sempre lei che indosserà per prima i collant. È ancora lei che sfiderà i ragazzi, che sempre di più si riuniscono in branchi, su quel terreno nuovo, misterioso e sicuramente oscuro che è la sessualità.

All’improvviso lo scenario cambia drammaticamente: Alberta è incinta.

Ma il dramma non è quello della tredicenne che si trova all’improvviso a recitare una parte troppo più grande di lei.

Il dramma è sociale. Il fatto costituisce la rottura di una normalità: uno scandalo.

Questo evento è descritto meravigliosamente dal rapporto tra il signor Phillips e Maria, la madre di Alberta. Per lungo tempo, questo signore, l’amministratore del palazzo, aveva rappresentato il nemico di ogni bambino. Era lui che aveva assunto le sembianze umane del divieto. Ed era sempre lui che loro avevano dovuto eludere. Ora è a lui che la comunità dei condomini e della strada affida il compito di ristabilire la moralità.

C’è un passo molto bello del libro nel quale Vita affronta l’incontro con il signor Phillips lungo il marciapiede di Via Amudsen. È ancora una volta la metafora di un cambiamento della propria vita che viene affrontato con enorme paura e determinazione, quella stessa combinazione che ci appartiene e che è necessaria ogni volta che dobbiamo affrontare una scelta.

Alla fine tutti concordano di chiudere Alberta in un istituto gestito da religiose per aiutare le ragazze madri. Nessuno avrebbe più visto Alberta, così come presto anche Maria, con il suo carico di dolore, sarebbe scomparsa. Tutti avrebbero presto dimenticato, salvando l’ipocrita morale piccolo borghese di quella comunità.

Vita, però, non dimentica e non vuole dimenticare quella fragile amicizia con Alberta, quel turbamento che la legava a lei. Va a trovarla. La incontra nel giardino di quell’istituto. Ma non trova una ragazza vinta dalla propria disgrazia, pentita o contrita. Quella che incontra è l’Alberta di sempre, ancora più matura e consapevole della propria scelta. È ancora l’Alberta che sfida il branco, che non accetta di vivere la propria sessualità in modo subordinato e dipendente, ma intende viverla pienamente ed esibirla, anche se questo significa andare incontro al disprezzo sociale. È l’Alberta di sempre, libera.

Vita, invece, non è ancora pronta e, quando scoprirà il segreto di Alberta, fuggirà, non andrà più a trovare Alberta, ma sceglierà il proprio percorso di vita, che un altro modo di esprimere la propria libertà.

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