La tregua, di Primo Levi
Tra la liberazione dal campo di sterminio e il ritorno a casa di Primo Levi c’è un tempo che rappresenta il
periodo necessario per una ricerca e riconquista di una propria dimensione di umanità.
La narrazione ha tratti picareschi che sono evidenziati dagli incontri e dalle avventure nelle quali Primo Levi viene coinvolto prima di arrivare a Torino. Si tratta di tappe che, nel bene e nel male, sono necessarie per riavvicinarsi ad un mondo che era scomparso, nascosto dai reticolati del campo di Aushiwitz.
La tregua è il periodo necessario per abbandonare le vesti di häftiling e tornare ad essere un uomo libero.
Il racconto si snoda, quindi, tra una serie di personaggi che vanno dal greco a Cesare, a Leonardo.
Il greco che basa tutta la sua filosofia di vita su due elementi: le scarpe e il cibo, in questo ordine, anche perché senza le scarpe non si trova il cibo. È lui, senz’altro, il personaggio più picaresco con il quale Primo Levi passerà la prima parte della riacquistata libertà, per poi ritrovarsi più avanti, quando il compagno delle prime avventure sarà diventato il gestore di una specie di bordello.
Anche Cesare e Leonardo e tutti gli altri splendidi personaggi che l’autore incontra nel suo apprendistato alla vita che è questo lungo e interminabile viaggio verso casa passando dalla Bielorussia, la Romania, l’Austria, la Germania e finalmente l’Italia.
Ma se l’umanità viene ritrovata, nel profondo del suo animo Primo Levi non riesce a cancellare l’häftiling che è stato nel campo, in quello spazio di morte e chiuso alla vita delimitato da filo spinato e corrente elettrica. Un incubo che sopravvive tenacemente e che lo vincerà nel 1987, quando Primo Levi deciderà di suicidarsi.
Ma lui, come tutti gli Häftiling di Auschwitz, resta vivo nella nostra memoria, nei gesti di solidarietà e di umanità che riusciamo a compiere, nella consapevolezza che qualche volta raggiungiamo di essere tutti parte della stessa razza e specie animale: l’uomo.