Se questo è un uomo, di Primo Levi

Pubblicato il da Libero pensatore

Leggere le pagine di questo libro, nonostante sia l’ennesima volta che lo faccio, mi provoca ancora un dolore atroce. Anche se la narrazione della shoa è ampia, e nonostante abbia letto molta parte di essa, sono convinto che nessuno osi spingersi, come Primo Levi, ad un livello così intenso e profondo di drammaticità.

È come se Primo Levi volesse mettere in evidenza, rendendola più facile da capire per il lettore, la spogliazione di ogni dignità e di ogni umanità di tutti coloro che sono entrati nell’inferno dei campi di sterminio.

Anche la sua appartenenza al gruppo ebraico è di poca rilevanza, semmai un aggravante ulteriore della stupida crudeltà del progetto nazista. Quello che è importante è la mancanza di dignità a cui viene costretto l’essere umano, ridotto solo ad una disperata, egoistica, meschina caparbia volontà di sopravvivere.

C’è uno stacco deciso, quasi abissale, tra il racconto del suo arresto, del suo soggiorno a Fossoli, vicino a Modena, del suo viaggio interminabile fino alla destinazione, e poi il suo arrivo con tutte le operazioni di introduzione nella logica del campo. Dal momento che entrano nella camerata c’è una sospensione del tempo che dura fino all’arrivo dei prigionieri che tornano da una massacrante giornata di lavoro alla Buna. A questo punto il racconto diventa quello di uomini che sono costretti ad entrare in un altro mondo nel quale sono privi di animo e il lettore è costretto a sentire questa desolazione.

Primo Levi è sicuramente l’autore che ha elevato la Shoa a dramma dell’umanità e non solo del popolo ebraico. È il primo che non ritiene che essa sia qualcosa che appartenga a questa categoria etnico-religiosa, ma all’uomo, e ciò è evidente dal titolo, “Se questo è un uomo”. Questo elemento originale viene ulteriormente sottolineato nella poesia che introduce il racconto (Voi che vivete sicuri/nelle vostre tiepide case,/voi che trovate tornando a sera/il cibo caldo e visi amici./Considerate se questo è un uomo/ che lavora nel fango/che non conosce pace/che lotta per mezzo pane/che muore per un sì e per un no./Considerate se questa è una donna,/senza capelli e senza nome/senza più forza per ricordare/vuoti gli occhi e il grambo/come una rana d’inverno./ meditate che questo è stato:/vi comando queste parole./Scolpitele nel vostro cuore/stando in casa o andando per via,/coricandovi o alzandovi;/ripetetele ai vostri figli./Ovi si sfaccia la casa,/la malattia vi impedisca,/i vostri nati torcano il viso da voi.). Un pensiero che, infine, è sancito in modo in equivoco nelle parole finali, quando dice che ogni popolo che non coltivi la memoria è condannato a commettere per sempre gli stessi errori. Non c’è un riferimento al popolo tedesco (e di certo non gli mancavano le motivazioni per sottolinearlo) ma a tutti i popoli. Quando parla di vittime, inoltre, non fa riferimento solo ai suoi correligionari, ma a ogni essere umano.

Ecco perché credo che questo libro sia l’opera più importante scritta per la salvezza dell’umanità di ogni donna o uomo che soffra per la mancanza di libertà. E per questo motivo credo che sia un libro che tutti, in ogni parte del mondo, debbano leggerlo. Il libro di Levi non ha confini di spazio e di tempo, la sua testimonianza è un contributo ad un umanesimo universalista.

Ho talora detto, e ne sono convinto, che gli israeliani sono un popolo senza memoria e ciò non perché pensi di negare l’enormità di una tragedia che ha visto un tributo di morti senza paragoni nella storia, ma perché essi si sono impossessati di qualcosa che non era loro, la tragedia di quelle donne, di quegli uomini,di quei bambini, di quegli anziani non è del popolo degli ebrei, ma dell’umanità. Ogni volta che leggo questo libro le parole di Levi si intersecano con le parole di altre narrazioni e di altre esperienze che ho vissuto, aprendo nuove riflessioni. Così oggi la mancanza di memoria porta gli uomini, in ogni parte del mondo, a operare la spogliazione dell’umanità degli esseri umani che sono le nuove vittime della stessa stupida crudeltà che fu allora dei nazisti: possono essere le torture a cui sono sottoposti gli iracheni o gli afgani sospettati di terrorismo a Guantanamo o altrove; possono essere le vessazioni gratuite che subiscono i palestinesi in Cisgiordania o a Gaza da parte degli israeliani; possono essere i respingimenti italiani dei profughi che raggiungono le nostre coste o degli esseri umani che bolliamo come “clandestini” e chiudiamo nei campi di accoglienza temporanea o che finiscono trascinati nel fondo del mare; possono essere i campi profughi africani, che sono la conseguenza di lotte originate dagli interessi delle multinazionali occidentali; possono essere gli stermini e le deportazioni della Cecenia e così via.

Credo che abbia ragione Paolini quando dice che la fede è come la storia di Babbo Natale e che a una certa età deve finire. La fede, qualsiasi fede, ha come conseguenza la cecità della ragione e la tendenza a considerare gli uomini in appartenenze che possiedono ognuno la verità e la negano agli altri. Ma questo non avviene perchésia sbagliato credere nel trascendente, ma perché si costruiscono apparati che sono più importanti degli esseri umani, mentre la ricerca verso una visione maieutica è qualcosa di personale, fallibile, che comunque è imprescindibile dal riconoscimento di una coscienza della specie a cui ognuno di noi appartiene.

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