“I miei sette figli”, di Alcide Cervi

Pubblicato il da Libero pensatore

Cervi.jpgIl caso dei sette fratelli Cervi è emblematico non solo di cosa sia stata la guerra partigiana in pianura, ma anche del mondo contadino, del suo carattere violentemente conservatore che si traduceva in soprusi verso chi sapere vedere lontano, pensava e lavorava per dare impulso allo sviluppo mediante innovazioni.

La miopia, oltre che ideologica, degli agrari che avevano appoggiato e finanziato il fascismo per difendere i propri profitti anche sfruttando i lavoratori, è anche la rappresentazione di una società pomposamente intenta a dimostrare la propria grandezza senza curarsi delle basi su cui poggiava questa presunta grandezza. Basi che erano di una debole argilla, come ha dimostrato il tragico epilogo della guerra.

I fratelli Cervi sono quelli che hanno sempre saputo guardare lontano, sono stati capaci di quei rischi che i ricchi agrari evitavano per ignoranza e incapacità di comprendere i cambiamenti.

D’altra parte, da sempre il nostro Paese ha avuto una classe dirigente mediocre che preferiva molto di più il mantenimento del popolo nell’ignoranza e nella povertà piuttosto che investire nella conoscenza per immaginare un diverso sviluppo.

Purtroppo, in questa analisi c’è molto anche di attuale!

Non può stupire, quindi, che arrivato il momento delle grandi scelte tutti e sette i fratelli Cervi si siano posti alla guida di una rivolta, quella partigiana, che avrebbe liberato l’Italia dall’incubo dell’oppressione della dittatura fascista.

La loro morte è rimasta il simbolo di un sacrificio donato al Paese per il suo riscatto.

Ma il loro sacrificio come dono alla comunitas pone l’obbligo per essa di meritarlo, di lottare e di proseguire quella battaglia che i tanti fratelli Cervi hanno combattuto per un’Italia migliore.

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