Sharon e mia suocera, di Suad Amiry

Pubblicato il da Libero pensatore

sharonConoscere il mondo palestinese ci aiuta a comprendere meglio la situazione di perenne conflitto in cui si trovano le popolazioni che vivono nella Palestina.

Il questa biblioteca ci sono altri libri che descrivono questa realtà (Grossman, Zenatti, kanafani, Keret), ma questo libro è un piccolo gioiello perché ci descrive la situazione drammatica della “rioccupazione dei territori occupati” senza rinunciare all’ironia, uno spirito che consente di sperare. D’altra parte già la quarta di copertina riporta un’affermazione dell’autrice che ci da lo spirito del libro: “Forse un giorno riuscirò a perdonarvi di averci tenuto sotto coprifuoco per trantaquattro giorni consecutivi, ma non riuscirò mai a mandare giù che ci abbiate costretti a vivere con mia suocera quelli che, allora, mi sono sembrati tretaquattro anni.”

Il libro ha una scansione diaristica, ma gli avvenimenti sono raccontati con una struttura narrativa sciolta e piacevole.

L’opera è difficile da riassumere, ma, per darne un assaggio, si può raccontare l’episodio di apertura.

Suad Amiry sta tornando a Ramallah da Londra, dove si è recata per un simposio di architettura. Sono quasi le cinque del mattino. È stanca. Atterrerà a Tel Aviv e sa che, contrariamente a quello che desidera, non troverà il marito, né un amico, ma solo uno dei pochi tassisti di Ramallah, gli unici ad avere il permesso per recarsi in aeroporto. Appena atterrata la polizia di frontiera mette nel passaporto di Suad un foglietto rosa, questo significa che dovrà sottoporsi alle domande idiote dei poliziotti, del tipo: perché è nata ad Amman. Ma come, pensa la protagonista, prima ci cacciate e poi ci chiedete come mai non siamo nate qui? In ogni caso la sua irritazione ha orma i superato il limite di guardia, così, quando le chiedono cosa faceva a Londra, lei risponde che Ballva. Sì, proprio così, ha detto che ballava. Quasi l’arrestano per la sua testardaggine nel ripetere questa assurdità alle guardie. Per sua fortuna il tassista vede la scena e, conoscendola, interviene. Dice ai poliziotti che è un pezzo grosso dell’Università e un po’ matta. La lasciano andare. Suad, lungo tutto il viaggio di ritorno a Ramallah, non chiede mai la tassista che cosa ha detto per toglierla dagli impicci, spera solo che non abbia smentito che lei a Londra ci è andata per ballare.

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