I sommersi e i salvati di Primo Levi
I sommersi e i salvati è un libro nel quale l’autore, Primo Levi, tenta di riordinare sistematicamente i propri ricordi cercando di dare una spiegazione al mondo concentrazionario attraverso i diversi ingranaggi che lo compongono.
Ma ancora prima egli ci spiega che chi ha vissuto quel mondo non ne è mai uscito, resterà per sempre prigioniero della memoria.
Anche per questo la spiegazione dell’organizzazione del campo è soprattutto una riflessione sul concetto di vittima e sui diversi gradi di responsabilità delle vittime. Molte cose sono state già dette nei libri precedenti, magari sottoforma di semplici frasi (come quell’ossessivo “la guerra è sempre” che si trova ne La Tregua). Ne i sommersi e i salvati, invece, il concetto è sottolineato dalle parole di Amery, il filosofo austriaco torturato dalla Gestapo per il suo attivismo nella Resistenza e poi deportato ad Aushwitz.
“Chi è stato torturato rimane torturato (…) Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estinguerà più. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita dalla tortura, non si riacquisterà più.”
In queste parole non c’è solo il sendo di quel continuare a ripetere “la guerra non è mai finita”, ma il peso terribile di una memoria che ha schiacciato Primo Levi fino alla sua tragica morte.