Partigiani in montagna di Giorgio Bocca
Questo libro vibra, nella sua scrittura, di tutto l’entusiasmo giovanile del reduce vittorioso di una lotta resistenziale che saputo battere le armate assai più forti del nemico nazifascista. Lo ha fatto con le proprie forze e i mezzi scarsi di cui disponeva.
Il libro è stato scritto a ridosso della guerra, quando i ricordi sono ancora freschi e la penna dell’autore risentiva ancora della retorica insegnata a scuola. Nelle pagine leggiamo, così, la fatica sopportata dai partigiani, la fame e il freddo patito, la paura dei combattimenti comunque sostenuti con coraggio.
Ma Bocca ci dice anche qualcosa di più: l’orgoglio di essere stata una minoranza che ha avuto la consapevolezza del momento storico e che, attraverso la propria ribellione, ridava l’onore che era stato compromesso ad un’Italia tradita da personaggi che, da un lato, si erano alleati in modo servile ai nazisti e, dall’altro, erano fuggiti in modo vergognoso da Roma verso Brindisi.
Una minoranza che con il suo assoluto rigore morale ha saputo coinvolgere la popolazione, trasformando la guerra dei pochi in una guerra di popolo.
Non ci sono, nel libro, le pagine che raccontano le laceranti divisioni del dopoguerra. In questo libro c’è ancora un’Italia partigiana unita, pur nelle sue diversità, e tutto ciò ci permette di leggere la felicità per la speranza di un futuro che viene visto libero dalla dittatura fascista e che sarà costruito dal protagonismo della gente con il dialogo anziché con la violenza dei gerarchi.