L'Agnese va a morire
L'Agnese va a morire, di Renata Viganò
La prima cosa evidente nella lettura di questo libro è l’assenza di qualsiasi retorica. L’eroismo dei protagonisti è soprattutto nella loro scelta di essere partigiano; nella volontà di queste persone di accettare una vira di fatica, di sofferenza, di stenti, di paura; nella determinazione con la quale essi perseguono gli ideali di libertà, giustizia sociale, solidarietà, anche a costo di dare la loro vita.
È vero che la storia la scrivono i vincitori, ma qualsiasi tentativo di distorsione degli avvenimenti, alcuni di essi, in Italia o in Europa (i campi di sterminio non sono un’invenzione), non si cancellano, parlano da sole. Per questo non si possono equiparare i fascisti della Repubblica di Salò ai patrioti che hanno combattuto per liberare l’Italia dai nazifascisti e la pacificazione del Paese si è verificata con l’approvazione della nostra Costituzione.
Ma torniamo al libro.
Ho detto prima che è priva di retorica, come la protagonista, Agnese. Lei è una donna sulla cinquantina, con il corpo appesantito, ma con un carattere forte che proviene dalla vita dura di dignitosa povertà. All’inizio dell’opera veniamo coinvolti nella morte del marito, Palito, dopo una delazione dei vicini fascisti. Lei sa che salute malferma dell’uomo non lo farà sopravvivere alle sofferenze che dovrà affrontare. Tuttavia non smette di continuare la sua vita di lavandaia, senza pensare ad una vendetta verso quelli che hanno denunciato il marito comunista. Ma gli avvenimenti precipiteranno casualmente e la certezza che la morte è realmente avvenuta e a questo punto sentirà montare una rabbia che esplode quando incontra un soldato tedesco che ucciderà con la sua stessa arma che calerà sulla testa dell’uomo con la medesima forza usata per sbattere le lenzuola al lavatoio.
A questo punto la decisione è conseguente. Agnese prende la bicicletta per raggiungere i partigiani, per far parte del loro mondo e, pian piano, per condividerne nel profondo le loro stesse idealità che non si ferma alla liberazione dell’Italia ma anche al dopo, alle politiche che permettono ai ricchi sempre ricchi, mentre alla povera gente la vita non cambia mai.
Nel libro non c’è neanche il tentativo di enfatizzare la lotta partigiana come la lotta di un popolo contro l’oppressione delle truppe nazifasciste. Si tratta di una minoranza che deve stare attenta nei paesi alla possibilità che delle spie possano denunciarli.
La lotta partigiana è fatta , sempre nel racconto della Viganò, di scaramucce, di azioni di disturbo e, non è un caso se nel libro viene raccontata una sola battaglia che sarà anche la fine della brigata, proprio alla vigilia dell’arrivo degli alleati. Eppure la lotta continua al di là del sacrificio di quegli uomini, al di là di ogni Agnese, fino alla liberazione.
Ma quello che mi ha colpito è che, benché non sia la prima volta che leggo questo romanzo, non ho avuto la sensazione di un già visto ma, anzi, ogni volta riesco a scoprire nuove sfumature che non avevo notato. Un esempio, questa volta, è stata la splendida pagina nella quale Agnese capisce perché Palito era comunista, e la sua spiegazione, semplice e quasi istintiva, le fa piacere e condividere la sua scelta.
Oggi, il mondo è completamente diverso, non solo da allora ma anche da quando andavo ai cortei del ’68 e vivevo le interminabili assemblee nelle quali si immaginava un mondo diverso, eppure, anche oggi, mi sono sentito di condividere ogni parola che vi è scritta.
Questo romanzo è un importante contributo al racconto della Resistenza e alla conservazione della memoria di quello straordinario momento della nostra storia.