Il vechio, di Rosaria Tenore
Di notte sono venuti. A prenderlo nel sonno. Laggiù, nel campo dov’è cresciuto. Hanno scavato in silenzio, fino a che le radici non sono emerse dalla terra, mentre i fanali del trattore ispezionavano le fratture del suo legno.
Lui li ha riconosciuti. Erano quelli che da un po’ di tempo venivano a scrutarlo, erano quelli che venivano a tastare la sua corteccia antica. E poi, un giorno, li ha visti che parlavano col padrone, additandolo da lontano.
E il padrone sembrava essere d’accordo su qualcosa che lui ancora non capiva. Ma adesso lo sa.
Il padrone si è disfatto di lui. Di nascosto. Per questo stanotte non c’era. Intorno alla masseria solo oscurità e silenzio, persino i cani alla catena non hanno fiatato.
Lo hanno legato con le funi, gli hanno raschiato gli ultimi avanzi di terra e l’hanno issato sul trattore. Veniva giorno quando lo hanno caricato sopra questo camion dove si trova adesso, allo scoperto, dritto in piedi, nudo, immobile, incatenato alle spallette del rimorchio. Deportato a una destinazione che lui non conosce.
Ha freddo. Quassù il vento gli lacera le foglie, ad ogni curva le sue lunghe braccia contorte sbattono contro il ferro dell’autocarro. Alla guida c’è uno che ha fretta. L’altro, che gli sta di fianco, dorme ancora rannicchiato sul sedile. Il vecchio, questi, non li ha mai visti prima e non sa dove lo stanno portando. Ignora persino che questa sia una strada. Lui una strada non l’ha mai vista, ne ha solo sentito parlare dagli uomini raccolti da sempre sotto la sua ombra secolare.
E anche questa nebbia che gli si incaglia tra i rami lui non sa che cos’è. Sa soltanto che il mare è lontano. Ne è sicuro, lo sa perché non lo vede più, non ne sente l’odore. Sì, perché anche nei giorni in cui il mare svaniva dietro una siepe di nuvole scure, anche allora lui sapeva che era sempre lì. Dall’odore. Sapeva che l’azzurro dell’acqua sarebbe ritornato ancora lì, dinanzi al suo campo, in sella a un muro a secco di pietre bianche.
Il mare, lui, lo ha amato da sempre, perché dal mare era venuto sino a qui. Da lontano. Sopra una nave spagnola.
A quel tempo era ancora un alberello grigio e sottile, ficcato in una ciotola di coccio tra il sartiame in coperta. Ma lui, figlio di una stirpe di forti, aveva resistito ai venti, alle tempeste, al sale e persino alle offese della ciurma. Tanto che alla fine del viaggio ci era arrivato malconcio ma anche integro e vivo. Sbarcò dalla nave nel colore viola di un’alba che avvolgeva un paese di case bianchissime. Il capitano della nave lo volle al suo seguito, su per una via di pietra chiara che si arrampicava in mezzo alle rocce, su fino ad una grande casa con due alte torri a guardia del mare. Nella brezza
del mattino dal portico fiorito svolazzavano lunghe tende leggere e immacolate come vele.
Da quelle tende, smosse da una folata di vento, a un tratto apparve una donna per la cui sola bellezza il capitano si era avventurato in quel viaggio.
Alle sue mani di perla furono affidati doni preziosi e rari, poi il nero dei suoi giovani occhi si posò sul moribondo arbusto nella ciotola di sasso.
Lo volle piantare lei stessa, donna Lidia, il giorno delle nozze, laggiù, nell’oliveto di fronte al mare, mentre i lunghi capelli scuri sfioravano l’erba ai bordi della buca.
Adesso il camion si è fermato in un autogrill. L’uomo alla guida è sceso per dare un’occhiata al suo tronco malandato. Intanto l’altro si è svegliato ed è saltato giù abbottonandosi il giubbotto di pelle. Poi, ecco che si allontanano entrambi in direzione di una porta da cui arriva odore di caffè bruciato.
Il vecchio è rimasto solo, inchiodato al rimorchio. La nebbia si è alzata, da oriente avanza un sole slavato, mentre sulla strada scorre uno sciame di automobili. L’aria è pesante, trafitta da un tanfo di porcile e chimica.
Lui non sa perché gli stanno facendo tutto questo. È disorientato, disfatto. E allo stesso tempo sano e vigoroso nonostante l’età. Si sente ancora come piantato in quella sua terra rossa da dove si alzavano i canti delle donne chiamate alla raccolta delle olive.
Venivano a novembre, dopo la festa dei morti, con i bastoni lunghi e i loro drappi pesanti sopra i quali atterravano i suoi frutti. Frutti gonfi di amarezza da cui lavoro e sapienza distillavano olio pregiato e salvifico.
In quel tempo, quando era appena trascorsa la sua infanzia di albero, la bella Lidia non c’era già più. Anche il buon capitano se n’era andato una notte sussurrando il nome di lei a una luna d’inverno. Nella grande casa erano rimasti i loro tre figli ad aggirarsi smarriti sulle torri di fronte al mare. E una notte di pugnali e terrore era scomparso anche don Ferdinando, il primogenito. Per mano di pirati saraceni. Quando lo rimandarono a casa, grazie alle trattative e al denaro di molti nobili pugliesi, non era più il ragazzo che avevano rapito tanto tempo prima. Aveva vent’anni e i capelli già bianchi e lo sguardo ferito da spavento e salsedine. A volte vagava pensieroso nell’oliveto e si fermava davanti a lui, sfiorandogli con la mano il fusto irrobustito e liscio, quasi a cercare il punto su cui donna Lidia gli aveva guidato le dita da bambino.
Se lo ricorda bene, il vecchio. Il tocco di quella mano di donna che gli aveva salvato la vita e che, nel ricordo, ancora adesso gli inonda le foglie di dolcezza. Sì, adesso si ricorda tutto, proprio adesso che il camion ha ripreso il viaggio.
Le nozze di don Ferdinando con la piccola Aloisia, così esile nella veste ricamata e delicata come un papavero. L’unica che lo guarisse dalla malinconia, con le sue lunghe corse nei campi e le risate nei giorni di pioggia.
Il vecchio ricorda i loro figli e i figli dei loro figli e tutti quelli che erano venuti dopo di loro e che erano passati su quella terra rossa con la rapidità delle nuvole in una giornata di vento.
Come era passata anche quella lontana estate rovente che aveva distrutto per sete le mandrie della masseria. E anche la guerra era passata, e dopo ne era venuta un’altra. Quella della primavera del terremoto grande che aveva spianato le due torri a guardia del mare.
Solo lui era restato sempre al suo posto, mentre la sua ombra di anno in anno cresceva e risaliva al tramonto il muro di pietre bianche per sporgersi sul mare.
E adesso si trova qui, sballottato sopra un letto di ferro, mentre dal cielo cade una pioggia nera e sottile, buona solamente a pungergli le foglie.
Mano a mano che si sale più a nord, ai bordi della strada, tra gli schizzi d’acqua sparati dall’asfalto, incombono senza tregua capannoni industriali, depositi di ferraglia, mobilifici e centri commerciali tra i quali, a tratti, occhieggia un pezzo di verde con qualche cascina e una stalla.
Allo svincolo per una grande città, il camion rallenta e si ferma in un’area di sosta. I due uomini scendono a controllare le funi. Sembrano soddisfatti del carico, perciò subito ripartono. Dopo un paio d’ore parcheggiano l’autocarro davanti a un altro autogrill, smontano dalla cabina di guida e svaniscono dentro la porta del bar. Gli automobilisti, che escono dall’autogrill rifocillati di bibite e panini, dedicano al vecchio un’occhiata frettolosa, prima di rimettersi in macchina e riprendere la loro corsa. Soltanto una donna si ferma a guardarlo perplessa, e scuote la testa. Poi si allontana, monta in macchina e se ne va.
Il modo in cui porta i capelli chiari, tagliati corti e ricci, per un attimo gli ha richiamato alla memoria donna Isabella, quando apparecchiava sull’erba la tovaglia per i soldati.
Anche loro erano arrivati alla masseria dal mare. Dal mare d’America.
Sopra navi da guerra alte come cattedrali.
Si erano fermati al paese dalle terrazze bianche e poi, un pomeriggio di fine marzo, erano saliti con la jeep su per lo sterrato tra le rocce, fino alla grande casa. L’affanno del motore si era sentito in tutto l’oliveto, e dall’alto anche una nuvola di polvere si era vista spostarsi tra i cardi. A questi il posto gli era piaciuto così tanto che ci rimasero molti giorni, a ubriacarsi di sole e a tuffarsi nell’acqua, che un’ acqua così trasparente non l’avevano mai vista prima. Con loro era venuto anche Makmàk. Così lo chiamavano i contadini quando si incontravano in mezzo ai campi.
Uè, Makmàk, tieni, beviti ‘sto vino, gli gridavano mostrandogli la bottiglia nel paniere. E lui il vino se lo beveva eccome e, tra un sorso e l’altro, biascicava che era good, molto good. Infine si allontanava barcollando nei prati.
Era stato il primo a scendere dalla jeep quel pomeriggio di marzo, e sotto il portico fiorito si era trovato subito di fronte gli occhi grigi di Isabella puntati dritti nei suoi.
Tutto il tempo che rimase, durante il giorno, la radio trasmetteva sempre tanta musica allegra. E Isabella ballava nel suo vestito a fiori. Fino a sera.
Quando Makmàk ripartì, lei pianse per giorni e giorni, di nascosto, a volte appoggiata al tronco del vecchio. Lui, il soldato, le aveva giurato che sarebbe tornato a prenderla, ma da allora nessuno lo ha più visto.
Anche Isabella, dopo qualche mese, era partita. Quando ritornò, aveva con sé un bambino bello come il sole. Lei lo chiamava Mike, come suo padre. Ma la gente del paese lo avrebbe chiamato l’Americano. Per sempre.
Adesso il vecchio lo sa che quel bambino gli ha sempre portato rispetto. La madre lo faceva addormentare tra le sue radici, quando d’estate l’afa spegneva ogni respiro di vento, persino sotto il portico dalle lunghe tende leggere. Per lui aveva cominciato anche a trattare le olive. Da una ricetta, trovata fra le vecchie carte di donna Lidia, aveva imparato a conservarle nei vasi, insieme alla cenere di legna e il finocchio selvatico, e a profumarle con la corteccia d’arancia. Quando le olive erano pronte e lavate, gliele dava da mangiare nel piattino con il gallo azzurro dipinto, e rimaneva estasiata a guardare il figlio che affondava i dentini da latte in quella polpa verde, liscia, succosa e dolce.
Per questo da grande, il vecchio ne è sicuro, mentre molti lasciavano la terra, lui era rimasto alla masseria a piantare ulivi con donna Isabella, che nessuno aveva voluto sposare, e che era vissuta quasi cento anni. E adesso c’è questo nipote qui, il padrone, che appena è tornato dall’estero vuole costruire case al posto del campo.
Ora il viaggio ricomincia. Ha smesso di piovere, ed è venuto su il vento a ripulire il cielo. La chioma del vecchio si agita quasi cullandosi nell’aria divenuta più limpida e leggera. Giù di sotto i suoi piedi, a vista sopra il piano di metallo, sono scarnificati. La base del tronco percorsa da pezzi di corteccia simili a volute di schiuma grigiastra.
All’uscita dell’ultimo casello, il camion imbocca la provinciale e prosegue lentamente, con l’incertezza di chi non conosce bene la strada. Ad un incrocio si inoltra in una zona di campi coltivati, seguendo il corso di una roggia presidiata da pioppi. Lontano, sulla linea dell’orizzonte,
si distende il verde delle colline di là dalle quali, sopra la cima di una montagna più alta, brilla un’enorme chiazza di neve.
Oltrepassata la fila dei campi, subito dopo un mucchio di case dai tetti rossi, finalmente il camion si ferma davanti al muro di cinta di una villa. Dentro li stanno già aspettando. Dal cancello si scorgono degli uomini armati di vanghe e picconi, in attesa intorno a un fosso appena scavato.
Solo adesso il vecchio lo sa a cosa serviva tutta questa strada. Là, in mezzo a quegli uomini sudati, lui sa che c’è il suo nuovo padrone. Anzi già lo vede. Lo capisce da come parla con gli altri, da come si muove e comanda. Non somiglia per niente all’altro di padrone, a quello che l’ha tradito, che l’ha venduto di nascosto, che l’ha reciso dalla sua terra rossa, che ha cancellato dalla memoria i nomi di chi ha vissuto prima di lui nella grande casa bianca, che ha dimenticato la promessa fatta a
suo nonno, l’Americano.
Questo non ha lo sguardo indifferente dell’altro. Questo lo osserva con attenzione, lo soppesa con gli occhi, lo tocca, lo mostra agli uomini presenti e se ne compiace.
A lavoro finito, i giardinieri se ne vanno. Il nuovo padrone rientra in casa richiamato per la cena da una voce di donna. Il vecchio rimane solo, crocifisso al terreno della villa, in mezzo a palme nane e cespi di ortensia.
Il mare è lontano, perduto per sempre. Laggiù, oltre il muro di cinta, le colline si innalzano blu nella porpora del cielo al tramonto. Sulla cima più alta resiste l’ultima neve, scintillante e bianca come la pelle di donna Lidia.
Stanotte nel giardino della villa sarà una notte di luna. Il vecchio lo sa. E sa anche che potrebbero venirne mille altre di lune come questa. Oppure poche altre. O nessuna. Per lui.
Ma, come ha fatto per centinaia di anni, anche stanotte mostrerà alle stelle l’argento delle sue foglie. Sì, lo farà ancora. Almeno fino a quando ne avrà voglia.