Il contagio, di Rosaria Tenore
Ieri se n'è andato anche il greco. All'ora sesta. Lo so perché il sole era alto sul ponte, velato di tenui vapori. A un tratto ha lasciato la barra. del timone, l 'ho visto afferrarsi il petto, e poi è caduto laggiù, tra il cordame. Adesso è lì, Non riesco a vederlo perché è buio, ma è ancora lì, riverso sui suoi umori infetti.
Sono rimasto solo, e più nessuno governa questo legno. All'alba di stamane, nel chiarore
rosato dell'acqua, mi è parso di scorgere la terra. E forse c'era davvero una terra. Secondo i . miei calcoli, poteva essere la Corsica. Sì, poteva essere, perché dal mare affiorava un candore che ben conosco, e già qualche grosso uccello riempiva di gemiti l'aria sopra di me. Poi, più niente. Mare in ogni dove, a dritta e a manca, a poppa e a prua. Niente più uccelli dalle bianche ali.
Forse non c'era nessuna terra. Forse era solo un'allucinazione. Sono vecchio, sono stanco, le gambe non mi reggono più. Sono seduto per terra, in coperta, appoggiato al barile dell' acqua, e scrivo queste cose sul libro mastro, dove ho sempre annotato le avide cifre dei miei com- merci. Le scrivo per me stesso, per allontanare dal cuore questa solitudine immensa.
La mia lucerna è.l'unico lume in questa notte nera, senza vento, senza luna né stelle. Lo stridore del calamo sulla pergamena è il solo rumore che si insinua nella risacca contro le murate, e nello squittìo dei topi, giù giù, nella stiva.
E' umido qui, comincio ad avere freddo. Preferisco allacciarmi stretto il mantello piuttosto che scendere di sotto. Non voglio andare di sotto. Vi regna un fiato mortale che solo il salmastro di coperta riesce a tenere distante da me. Là sotto c'è il capitano, rannicchiato nella sua putrefazione. Lui e il greco sono stati gli ultimi a morire. Sono rimasto solo io. Perché? E per quanto tempo ancora? Non lo so. Tuttora ignoro quando ha avuto inizio tutta questa rovina né da dove ci è venuta questa smisurata moria.
Lo ricordo ancora, come se fosse ieri. Era il principio di ottobre dell' anno dell' incarnazione del figlio di Nostro Signore, 1347, quando siamo arrivati in Sicilia. Portavamo ancora negli occhi la luce di Costantinopoli al tramonto, di rame puro. Quando venivano sciolte le,vele, il profumo delle sue spezie ancora si sprigionava dalle loro pieghe.
Con noi avevano preso il mare altri genovesi, quattro galèe almenc'J; Più volte, durante il viaggio, le avvistavamo da poppa, lungo la nostra solita rotta. Allargo delle isole greche però sono scomparse, un bel momento non le abbiamo più vedute. Perciò, quel giorno di ottobre dell' anno trascorso, la mia sola galèa è scivolata leggera nel porto di Messina.
Avevo fretta di scendere a terra. Perché, alla mia età, mi veniva accordata un'altra occasione per saggiare il vigore rimasto nelle mie antiche membra, ma soprattutto per esaltare la mia grande virtù negli affari. Così, approdato sul molo, mentre la ciurma si sparpagliava per i vicoli della città, io mi sono recato ai magazzini, a trattare le consegne della mercanzia di cui allora la mia nave traboccava.
Non erano passati ch~ pochi giorni dal nostro arrivo nell'isola che ci discese sul capo l'orri- bile sventura. Accadde che un marinaio, di ritorno dal mercato del pesce, ammalò. Cominciò un dolore all'inguine, il dolore generò una leggera enfiatura la quale crebbe rapidamente sino a diventare un gavòcciolo grosso quanto una noce. Non ebbe scampo il marinaio, morì dopo
tre giorni. Non trascorse altro tempo che il male si portò via gran parte dei marinai. A decine ne recam- mo alle sepolture. Intanto anche la città era precipitata nella desolazione e nel lutto. Dalle sue pietre si levavano gemiti, e grida contro di noi, e accuse.
Nell'incavo scuro delle case si smorzava il rantolo dei morenti. Gole spalancate su una sete senza rimedio, corpi devastati da bubboni e pustole ripugnanti e mortifere. In tutta la mia vita non avevo visto mai niente di simile a questo. In tutte le terre di questo vasto mare, da oriente a occidente, da settentrione a mezzogiorno, avevo visto tutte le malattie degli uomini, ma questa, mai.
Agli inizi del nuovo anno, 1348, i baroni e le autorità sanitarie dell'isola ci ordinarono di tra- scinare lontano da lì le nostre pestifere ossa. Così siamo stati costretti a levare l' àncora. In un giorno di maestrale, con scarse provviste a bordo e un mucchio di cadaveri destinati agli abissi.
Non ricordo per quanto tempo abbiamo poi navigato. Ero confinato nel mio alloggio, roso dalla rabbia per i miei negozi incompiuti, in preda ad una malinconia a me sconosciuta. Per tutto il tempo mi sono domandato com' era possibile che tanto morbo si fosse generato proprio dalla mia galèa. Quale bestia immonda, e in quale porto era piombata a bordo, e in che punto della nave si era nascosta? Quale veleno mischiato all'acqua o alle scorte di riso? Quale sortilegio di nemici, quale misteriosa e nefasta congiunzione di corpi celesti? Per quali nostre nefandezze ci veniva amministrato un così feroce castigo?
Allorquando giungemmo nelle viste di Pisa, eravamo rimasti in cinque. Non appena i pisani avvistarono da lontano le nostre insegne, uscirono in armi dal porto sopra numerose scialuppe, con in testa le civiche autorità. Ci vennero incontro perscacciarci via. Urlavano e ci indicavano i resti bruciacchiati di navi, là in fondo, nelle acque del porto. Vi riconoscemmo sgomenti 1 le tracce di quelle galèe genovesi che, l'anno prima, avevamo lasciato di poppa allargo delle isole greche.
sottocoperta, mentre gli altri piangevano. .
Ora non ho più freddo, né mi tormenta-la fame o la sete. Non sento più le mie deboli gambe, eppure penetra in me una nuova e inattesa speranza.
. Nemmeno stanotte so donde è venuta la nostra rovina. A volte, non saprei dire se da sveglio o nel sonno, avanzano verso di me delle ombre nelle quali mi sembra di ravvisare alcuni pri- gionieri tartari che catturammo, ora è quasi più di un anno, in quel di Crimea. Consegnati ai ceppi di Çostantinopoli, avevano uno strano pallore quei prigionieri e le braccia, ora che mi ricordo, disseminate di misteriose macchie nere.
Non so sç me la caverò. Ma so, adesso, che cosa può rendere felice un uomo. Sì, lo so. E' arrivare a una spiaggia dopo tanto mare. E' tornare a casa.
Una casa io l'avevo, ma sono sempre partito. Ora è tardi per mutare tutte le mie partenze in arrivi. E' tardi per scambiare questo sconfinato mare di terre con una bottega al porto, il mio libro mastro con la consolazione dei miei figli. E' troppo tardi.
Basta. La mia mente vacilla. Si è appena alzato il vento, ho visto un lampo lassù, a dritta. Ci sarà tempesta stanotte.
E' stato in quel momento che abbiamo compreso che era arrivata davvero la fine. Il capitano ci disse che forse nemmeno a casa, nemmeno a Genova, ci avrebbero autorizzati ad attraccare. Eravamo condannati a vagare nelle acque sino alla fine. Disse così il capitano e scomparve