Ràmata ‘90,di Rosaria Tenore
Ràmata non sai mai quanti anni ha. Un giorno dice ventuno, un altro ventitré, un altro ancora venticinque. La verità è che l'italiano dei numeri la confonde. Così lei si affida alle sue dita, pasticcia un poco con le parole e ti rifila sempre la risposta sbagliata.
La prole che ha lasciato laggiù, nel suo paese: una volta è un "un bombino", un'altra, invece, è "un bombina". Perché con le vocali è sempre lo stesso pastrocchio. Dell'età meglio non domandare. Si farebbe notte.
Ràmata non sa leggere né scrivere, nemmeno nella sua lingua. Suo padre, fa capire, desiderava che andasse alla scuola del villaggio, ma lei preferiva fare niente tutto il giorno. A spasso con le amiche e basta. Neanche a cucinare ha imparato. Se vuoi, ti scodella un cuscùs al pesce incollato alla zuppiera, che, da come drizza il collo quando te lo presenta, per lei deve essere un capolavoro.
Alla scuola serale per gli immigrati, arriva sempre in ritardo. Si siede tutta riversa sul banco, apre con indolenza il quaderno, raccoglie la matita gialla che le cade a terra ogni cinque minuti, fissa i segni di gesso sulla lavagna, poi china le palpebre come se all'improvviso le fosse venuto sonno.
Qualche volta incappa nella lettura di alcune consonanti stampate a colori sotto le figure del libro. La elle di leone le viene bene. Le piace a tal punto che se la fa ballare a lungo sulla lingua prima di sospingerla contro i denti. E, quando la rilascia, ripete sillabando le o ne, le o ne. Ma con la gi di giraffa, niente, non ci acchiappa. Le viene su un suono di gengive misto a saliva che la fa ridere. Poi se ne sta seria, a riguardarsi le illustrazioni con un sorriso imbambolato.
Al termine della lezione, ficca nel libro matita e quaderno, lo richiude, si alza stancamente dal suo posto e se ne va insieme al marito. Quello davanti, lei dietro. Così, a pochi passi di distanza l'uno dall'altra, sino a casa. Senza scambiarsi una sola parola, come se nemmeno si conoscessero.
La casa sta appollaiata in cima a un vecchio piccolo edificio a tre piani. Due rampe di scale alte e strette sino in cima al ballatoio con la porticima di legno verniciata bianca. Dentro è grande quanto una comune cucina e l'aria sa di pesce morto. Sia per lavarsi che per cucinare tocca scendere giù al pianoterra, dove cinque famiglie condividono un gabinetto con doccia e un paio di fornelli a gas. Il padrone, un tipetto biondo dai modi gentili, passa a riscuotere l'affitto una volta al mese. Duecentomila lire a stanzino, riscaldamento a parte.
Ràmata tiene molto alla sua abitazione. Essa racchiude tutte le sue proprietà: il letto, l'armadio, la televisione, le borse di plastica rigonfie di scampoli. Ci sta stretta nella "casa", ma per adesso non può trovarne un'altra. E poi qui si sente al sicuro. La prima volta che è entrata nell'appartamento della Patrizia, l'impiegata dell'anagrafe, per stirarle la biancheria, alla vista di tanto spazio, si è sentita male. Quando ha finito il lavoro, se la donna non l'avesse accompagnata all'uscita, si sarebbe smarrita nel corridoio.
Sulla parete di là dal letto, tra la finestra chiusa e la televisione sempre accesa, c'è la foto della sua bambina, la prima nata qui da noi.
È morta che aveva quasi un anno. "Per cuore", spiega Ràmata, portandosi la destra al petto. Dopo che l'hanno seppellita, il padre è volato in Costa d'Avorio. "Per rito", precisa lei, senza aggiungere altro.
Quella volta lei è rimasta a casa da sola, fino a che non sono arrivate le zie da Bergamo e l'hanno portata via. L'hanno rapata a zero e l'hanno rinchiusa in una stanza per molti giorni. "Niente uscire, niente parlare, niente mangiare". Ne parla come della cosa più normale al mondo. Nei lunghi occhi scuri appena un'ombra di tristezza. Un attimo, poi più niente. Ti spiana dì nuovo il suo sorriso largo, di smalto bianchissimo e di cavità porporine.
Ràmata non sai mai quando è incinta. Dal busto flessuoso si leva una minuscola luna rotonda che le sue ampie gonne fiorate non svelano. Solamente dallo sguardo passa una bellezza quieta, come di acque dorate al tramonto.
Al mercato del lunedì non manca mai. Passo lungo e fiacco, testa per aria avida di novità. Osserva i vestiti appesi alle bancarelle, chiede quanto costa questo e quanto costa quello. Tocca qua, tocca là, esamina pentole e ciabatte, ma alla fine compra niente. Ti ferma magari per dirti che" qui tutto caro, qui non bene", però "qui tutto bello e tanto".
In realtà, al mercato lei ci va per una cosa sola: le patatine fritte. Un cartoccetto da duemila lire e via, con la mano piegata a becco ne sfila due tre alla volta e le mangia piano piano strada facendo, a bocca aperta. Prima di tornare a casa, si regala anche un pollo arrosto, e se ne va sotto il sole di mezzogiorno col suo sacchettino caldo, in un luccichio di orecchini lunghi e braccialetti.
A volte capita di non vederla per qualche tempo. Poi un bel giorno ti compare davanti, con in collo una neonata dormiente color caffè, profumata e bella.
Che sia femmina lo capisci dai due puntini d'oro che le brillano sui minuscoli lobi bucati. La madre le accarezza la testolina ricciuta e ti guarda con aria furba.
A pensarci bene, la piccola Sara è cresciuta in fretta, già porta in capo un cespo di treccine corte e va all'asilo dalle suore. Il fratellino Hamèd è nato da poco invece, ma il suo passeggino naviga da un pezzo per le strade del paese.
Qualche tempo fa, Ràmata lavorava in una fabbrica di pentole. A sentire lei, sembrava che la sua presenza fosse davvero indispensabile al ciclo produttivo. "Non vado io, tutto fermo", dichiarava con spudorato orgoglio. Ma poi la maternità l'ha sottratta a questo grave carico. Lei non l'ha presa tanto male, sostiene che per il momento si è licenziata e che un giorno tornerà sicuramente alla fabbrica. "Fabbrica grande, buono 1avoro".
Adesso le è venuto il picchio di imparare l'arte della maglia. Da giorni sta dietro a un'anziana signora, la segue nel parco, si siede con lei sulla stessa panchina, mentre l'altra tenta pazientemente di insegnarle a sincronizzare ferri e filo. Dopo varie lezioni, la donna però ci rinuncia, scuote il capo scoraggiata. La ragazza non è portata, medita tra sé e sé. Meg1io piantarla lì. Ràmata le indovina il pensiero. Allora restituisce i ferri, sbadiglia, si alza e, prima di andarsene, annuncia che ci riproverà domani.
L'indomani Ràmata ritorna sì al parco, ma non chiede di riprendere l'addestramento. Niente affatto. A lei basta rimanere vicino alla "nonna". Da quando ha saputo che ha settant'anni, per lei questa donna è una specie di divinità. Fino ad ora, non aveva mai incontrato una persona di tanti anni. Ci è voluto del tempo perché mostrasse, senza errori, quante dita occorrono per fare settanta, ma alla fine la scoperta l'ha resa folle di stupore.
Veramente Ràmata, di anni, ne ha ventidue. Lo dichiara un documento arrivato negli ultimi tempi dall' Africa. Con questo documento, dice lei, è possibile ottenerne un altro con il quale può tornare nel suo paese tutte le volte che vuole. "Andare e tornare", precisa in tono di vittoria.
Dall'istante che glielo hanno assicurato, Ràmata ha deciso di partire. In agosto. Nell'attesa va accumulando nel suo sottoscala una dovizia di regali per la famiglia lontana. Due quadretti con la cornice di plastica, un triciclo, un cappotto usato da uomo, vecchie cravatte, camicie, cinture, borsette, un orologio da polso rimediato chissà dove, due panettoni, spumante, tre pentole, un divano letto a strisce rosa, con la spalliera scolorita. "Divano va con nave, no aerio".
Deposta la sua tuta da ginnastica rosso fuoco, si è calata addosso il verde smagliante di un'ampia tunica stile africa. Cosi abbigliata si aggira per la minuscola stanza, spacchettando, uno dopo l'altro, innumerevoli pezzi di stoffe che ha in mente di fare cucire. L'idea del viaggio la eccita moltissimo, tanto che si dà lo smalto alle unghie e si è stirata persino i capelli.
Il suo uomo la osserva in silenzio, si direbbe con indifferenza. Non sorride mai, non dice mai niente. Insua presenza Ràmata è sempre seria, timorosa. Ma quando lui non c'è, ride tutto il tempo e sembra divertirsi molto in compagnia delle amiche.
Va pazza per la festa del paese. Le luminarie, la banda, i fuochi di artificio, le bancarelle dei dolci. Ma soprattutto la pesca di beneficenza. La prima volta che l'ha vista, non ci voleva credere. Non voleva credere che bastava infilare la mano nella boccia dei biglietti per conquistare uno di quei bellissimi oggetti, schierati sopra la finta gradinata dietro il banco. L'ultima volta ha speso tutti i suoi magri risparmi per portare a casa della robetta che prontamente ha messo da parte per la famiglia rimasta in Africa.
L'altro giorno, nel gironzolare sul motorino del marito, è finita contro il muro di un cortile ed è caduta per terra. Tanto spavento e una mano fuori uso che lei adesso si porta in giro bendata, con aria marziale, quasi fosse una ferita di guerra.
Te la mostra con fierezza mentre ti racconta come è andata. Dalla sua prosa rappezzata, pure riesci a comprendere come il motorino le sia ingiustamente proibito dal legittimo consorte. Ma Ràmata non si dà mica per vinta. No. "Lui dorme, io prendo motorino", afferma con una pennellata di riso sulle alte gote.
Certo che adesso, con quella mano malconcia, è costretta a sospendere le sue lezioni di maglia. Al parco comunque ci va lo stesso. Seduta sulla panchina accanto alla settantenne signora della lana, allatta il piccolo Hamèd, mentre, più in là, Sara sguazza a piedi nudi nelle sabbionaia. Ogni tanto viene caracollando verso la mamma, dopo torna indietro e si tuffa nella terra.
La poppa di Ràmata è a cipolla, irrigata da sottili canaletti blu, con un apice a forma di dattero turgido e bruno. Hamèd succhia avidamente, la minuscola manina adagiata sul frutto materno. Quando si stanca, se ne stacca, lasciando affiorare a un angolo della boccuccia qualche goccia di latte, di una bianchezza luminosa sul serico nero della pelle.
Adesso il sole va scomparendo dietro gli alberi. È ora di cena. La "nonna" della lana rinfodera ferri e matasse, saluta e si avvia verso l'uscita del parco. Lungo il vialetto, la sua permanente biondocenere è scossa da segreti dubbi.
Ràmata rimane lì ancora un poco. Non le va di ritornare a casa. Respira con voluttà l'aria che qui sa di fiori e aspetta tranquilla che Hamèd si sazi del suo latte, mentre Sara si rotola nella sabbia con in testa un groviglio di trecce e perline colorate.