Il teatro di Orano, di Marco Pardo

Pubblicato il da Libero pensatore

Il profumo di iodio è piuttosto forte da queste parti. All’oceano hanno sottratto parecchi metri per costruire l’immenso tributo di marmo: la moschea Hassan II è il faro di Casablanca,  è l’edificio in grado di calamitare gli sguardi di tutta la città che usa ritrovarsi ai piedi del suo minareto, deliziosamente decorato, di circa 200 metri di altezza. Una sorta di “grandeur” francese, eredità di un domino coloniale non tanto lontano.

“Non possiamo negarlo, questa terra, tutto il continente africano, ha nelle sue vene particelle di sangue coloniale”

-“?”

La mia frase aveva rotto quel silenzio contemplativo che durava da qualche minuto, sin dalla stretta di mano con cui avevo accolto Driss.

“Inevitabilmente, e proprio per queste particelle, la storia odierna, quella tracciata dalle generazioni post liberazione è stata pesantemente condizionata…”

“Mi hai fatto venire fin qua per parlarmi di liberazione, condizionamenti, interferenze…Leila mi aspetta per cena”

-“Aspetterà”- gli risposi-“Aspetterà…”

-“Avanti Hugo, non farmi perdere tempo, ho avuto una giornata pesante, e poi i francesi non ci sono più da anni, decenni direi, cosa vuoi che me ne importi della liberazione…noi

-“noi?”

-“…noi non abbiamo dovuto combattere come gli algerini…  ormai siamo indipendenti, abbiamo la nostra dignità, quella è acqua passata. Oggi i francesi sono solo persone con cui fare affari, e forse lo sono da sempre.”

-“Si è fatto tardi, io vado”

Si infilò in un taxi con la facilità con cui aveva appena cancellato anni di umiliazioni, giorni di resistenza.

Il traffico era ormai scemato, quando il sole stava per scomparire dietro la linea dell’orizzonte. Tornando verso il porto pensavo a Driss. Quarant’anni, un lavoro di capo officina alla Renault, u

na famiglia, le Nike, inviategli da suo fratello che abita a Créteil,  ai piedi di suo figlio. Giocai ad immaginare le sue radici, la sua provenienza, la storia di cui l’individuo è “portatore sano”. Nulla. Non trovai nulla. Come se le variabili fossero talmente poco definite, che dietro a Driss ci poteva stare qualunque cosa e la sua negazione allo stesso tempo. Come se la storia post liberazione di questo vecchio continente fosse colma di contraddizioni, manipolazioni tali da creare una totale assenza di certezze, per cui ciò che è stato vero per  anni, all’improvviso è stato riscritto come falso; per cui le barbarie che per decenni, pur essendo state sotto gli occhi di molti, sono state classificate come inesistenti, salvo scambiare all’improvviso la loro trasparenza per una pesante presenza funzionale alla nuova strategia; per cui l’illuminazione di certe idee di giovani uomini di stato è stata successivamente dipinta come lucida follia.

L’ingenuità di Driss mi fece sorridere. Qualcuno sta orchestrando il suo presente e non riesce a rendersene conto.

“Gli dev

o parlare, gli devo assolutamente parlare”…raggiunsi Boulevard E. Zola di corsa.

“Driss…Driss, scendi per favore, ti devo parlare”

“Dri…” Il suo sguardo, colmo di stupore e rabbia, interruppe l’ultimo urlo.

“Senti Hugo”, “sei un caro amico, ma non puoi venire qui, sotto casa mia, a urlare come un pazzo”.

“Devo parlarti…è in gioco il tuo passato, il tuo futuro…”

“Di nuovo con questa storia…va bene, ora sali, Leila ha preparato il tè”

Le scale erano strette, buie e maleodoranti. Mi sentivo ridicolo.

“Prendi il Burkina Faso- attaccai - ad esempio”. “Thomas Sankara fu ucciso dal “fratello ed amico” Blaise Campaoré. Blaise condivideva il processo di “rettificazione”, di restituzione di dignità che Thomas aveva tracciato. Non solo lo condivideva, ma lo avevano tracciato insieme: un bel giorno Blaise spara a Thomas, il mondo perde uno statista illuminato,…e lo stesso Blaise, dopo avere sottoscritto un certificato di morte per “morte naturale”, cambia completamente politica e finisce per cancellare la strada che lui stesso aveva concepito…tutto questo per u

n posto di potere…non posso credere che tu non veda queste cose!”

“Il Burkina è lontano nel tempo e nello spazio. Ogni paese ha la sua storia.”

“Ma l’Africa è piena di queste storie: il colonnello Moboutu, che proprio qui a Casablanca venne a morire, trucidò centinaia di persone, eliminò la speranza  di quel popolo che usciva da un feroce dominio belga uccidendo Lumumba, sotto la protezione di mezz’Europa e degli Stati Uniti. Per trent’anni nessuno ha mai osservato lo Zaire sotto quella lente. Anzi, in cambio di materie prime pregiate, tutto era concesso, anche che il conto in Svizzera del presidente corrispondesse al debito estero dello stato. Quando lo Zaire implode, improvvisamente l’atroce dittatore, che tra l’altro sta per morire per un cancro alla prostata, viene abbandonato a se stesso, condannato per i crimini commessi…solo la svizzera, in modo poco appariscente, non rinnega i rapporti con il colonnello.”

“Anche questo ti sembra normale?”

“L’attuale Repubblic-

“Non dirmi che è lontana anche questa…e Bokassa, formato nella legione straniera, decorato per le imprese in Indocina prima ed in Algeria poi. Gli viene concesso tutto,  credendo di poter contare su di un capo di stato alleato in Centrafrica. Bokassa si spinge troppo in là: si fa nominare imperatore come Napoleone ed ai francesi non piacerà più. Nel 1979 Giscard d’Estaing decide che è giunta l’ora di rovesciare un capo di stato, con il quale è implicato in strani affari diamantiferi, ma che, di punto in bianco si scopre anche complice di alcuni massacri. Un aereo francese deposita a Bangui il successore, David Dacko, mentre Bokassa si trova in Libia. E il gioco è fatto: la storia è di nuovo riscritta e Jean Bedel Bokassa diventa il nemico di sempre. Un rinnegato, anche lui, per motivi di opportunità….

-“ma da che parte stai? Vorresti dire che bisognava continuare a sostenere Bokassa….”

-“Voglio dire che tutti personaggi sono stati rinnegati, sostenuti e sconfessati all’occorrenza. E’ giunta l’ora che l’Africa prenda  in mano il proprio destino. E che tu prenda in mano il tuo…”

Deposi il bicchiere, e senza aggiungere una parola presi le scale per tornare al mio albergo.

Non lo vidi più, anche perché pochi giorni dopo presi un aereo per Parigi.

Qualche mese dopo

Caro Hugo,

non è stato facile rintracciare un tuo recapito. Un giornalista di “Al Bayanne” mi ha dato questo indirizzo: spero corrisponda ad uno dei luoghi dove trascorri parte del tuo tempo.

Driss è partito per Orano poco dopo la tua visita. La vita che si era ritagliato a Casablanca aveva soffocato il suo passato, il suo modo di essere, la sua voglia di teatro e di impegno. E’ partito con gli altri attori della  compagnia fondata da Alloula, che si erano rifugiati qui, sulle coste della tranquillità, in seguito al sanguinoso evento del ’94.

Driss, Adbelkrim, Chérif, il piccolo Sid-Ahmed sentivano tutti di aver rinnegato un passato fatto di lotta per la democrazia: le tue parole lo hanno scosso talmente che questi sentimenti sono improvvisamente riemersi. Hanno così deciso di ricominciare da dove erano fuggiti. Credo fosse la prima volta, dopo dieci anni, che Driss sentì  il dovere di fare i conti con un’esistenza rinchiusa in un cassetto dell’anima. Da allora, la politica, il teatro erano diventati argomenti di cui non riusciva a leggere nemmeno sul giornale.

Driss, e gli altri compagni, sono stati uccisi, in un agguato sulla strada per Orano. Ora mi chiedo quale fosse la scelta giusta.

Un abbraccio

Leila

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