Il mio giorno della memoria
Anziché il giorno della memoria, potremmo intitolare il giorno del 27 gennaio (il cui valore non discuto in sé ma per quello che è diventato) alla memoria dimenticata. Sicuramente espressa così l’espressione risulta assolutamente paradossale, ma solo formalmente, nella sostanza rappresenta il modo con il quale noi affrontiamo quel giorno.
Generalmente si svolgono incontri nelle scuole con storici o testimoni, deportati che, in numero sempre più ridotto a causa dell’età, raccontano la loro esperienza. Sono talora persone di religione ebraica, altre volte comunisti, soldati, che coraggiosamente hanno preferito l’internamento e talora la morte al destino di servire con i repubblichini fascisti il padrone nazista, quasi mai rom o gay.
Anche il tempo è fermato ai campi di sterminio costruiti dai nazisti nella seconda guerra mondiale, come se prima o dopo non fosse accaduto nulla; come se il vergognoso genocidio degli armeni da parte dei Turchi e la terribile marcia delle donne armene verso la morte non fosse mai avvenuta; oppure come se non ci fossero stati i desaparecidos argentini e cileni, negli anni 70 e 80 dello scorso secolo; o se, tra il ‘92n e il ’95 non ci fossero stati massacri in Bosnia, compresi gli 8372 bosniaci mussulmani che vennero uccisi in una sola giornata.
Primo Levi ci ha lasciato con un monito, che la memoria è il nostro patrimonio fondamentale per non permettere agli eventi terribili di cui è capace l’uomo che si ripetano.
Eppure questo monito noi non l’abbiamo rispettato ed è tanto più vero quanto dico che persino il popolo che in quel giorno diventa il simbolo della memoria come monito per le future generazione per evitare che quelle orrende stragi si ripetono l’ha dimenticato e ha costruito il più grande campo di concentramento della storia dell’umanità: Gaza, dove vivono, completamente isolati dal mondo, un milione e mezzo di palestinesi, il cui principale delitto è quello di rivendicare la terra nella quale sono nati, nella quale sono nate e vissute le generazioni di palestinesi precedenti.
Il nostro Paese, ma non solo lui, ha dimenticato e oggi respinge, a un destino di morte quasi certo, i profughi delle diverse guerre in corso, anche se i trattati internazionali lo vietano.
Quasi tutti vengono dalla Somalia o dall’Eritrea, terre dove anche le truppe italiane di occupazione hanno fatto massacri e per la cui popolazione dovremmo avere la coscienza di un debito che non si potrà mai estinguere se vogliamo sostituire alla memoria dei massacri la speranza di un futuro di pace per le persone che oggi soffrono.
È comodo e neanche troppo sconvolgente guardare un documentario o leggere qualche pagina di Levi, alla fine quelle immagini, ai ragazzi che sono assuefatti a una visione di violenza horror, possono sembrare molto simili a quelle di un film o di una fiction e quelle pagine uguali a quelle di best seller mondiali.
No, possiamo eliminare la smemoratezza del nostro vivere solo se rimuoviamo le cause del dolore di chi soffre oggi, come i tanti rom che sono diventati il simbolo stesso della nostra voglia di pulizia etnica, dei pregiudizi che furono alla base della persecuzione degli ebrei dal 1933 nella Germania nazista, dal 1938 in Italia con le leggi razziali, e dopo in ogni paese invaso dalle truppe di Hitler.
Così il pretesto con il quale la Moratti, sindaco razzista di Milano, continua a negare il diritto, accertato dalla magistratura, di 25 famiglie rom ad un alloggio popolare che è stato, in un primo tempo, assegnato e che, in conseguenza alle proteste del partito razzista della Lega, si è deciso che non potevano usufruirne. In base a cosa, se non al pregiudizio e quindi ad un desiderio di pulizia etnica, la Moratti ha deciso di percorrere questa strada? E, facendolo, non ha dimenticato?
Di volta in volta cercherò, come faccio con la questione che riguarda i palestinesi, di celebrare la mia giornata della memoria che non ha una data, ma è un impegno.